Porzio’s

In questa pagina sono presentate le parti iniziali del romanzo cui il mio amico Giuseppe Porzio sta lavorando. Pertanto questa pagina è da considerarsi un Work In Progress.


Indice di “ Senza macchia e senza paura ” di Giuseppe Porzio.

 Parte Prima: Dieci anni dopo

  1. Un gran bel finale

 Parte Seconda: Dieci anni prima

  1. Come funziona un frigorifero?
  2. Andiamo a farci una birra
  3. Come il vomito di un vecchio

Parte prima: Dieci anni dopo


1

Un gran bel finale

 

L’acqua del mare gli toccava le gambe fin su, alla pancia.

Il sole era alle spalle, quasi al tramonto; lui guardava la spiaggia.

-Ci vediamo per cena allora – fece Francesca sistemando il cappellino di Sara.

– E non fare tardi!- aggiunse il marito, Carlo, sorridendo appena.

Lui annuì col capo.

Marito, moglie e figlia si voltarono per andar via, a casa, ma lui:

– Hei!- disse all’improvviso.

Fu Francesca a girarsi, e con lei, la piccola Sara.

– Dalle un bacio da parte mia… uno ogni mezzo minuto.

La bimba rise nascondendosi dietro le gambe della madre; la madre rise salutando con la mano.

Si allontanarono.

Lui, Pietro, si girò verso il largo e verso il sole; avanzava a piccoli passi. L’acqua era fresca, intorno poca gente, i ritardatari dell’ultim’ora, quelli che nessuno aspetta a casa, i bambini, che non ne hanno mai abbastanza.

Poco dopo si tuffò e iniziò a nuotare con lunghe braccia. Qualche minuto ed ecco le boe. Spinse gli occhi in alto, lì, dove la luce era arancione, grossa e rossa; ora sì, intorno non c’era nessuno.

Andò ad est addentrandosi fra una selva confusa di scogli: cercava una grotta, una piccola grotta che molto tempo prima, qualche millennio circa, lui e suo cugino avevano scoperto per caso. Era una grotta divertente. Divertente perché spariva.

Con l’arrivo dell’alta marea veniva completamente allagata e spariva, per riapparire poi, come in un gioco di prestigio, in un incantesimo, al ritorno della bassa marea.

La vide chiaramente, le acque non erano ancora salite.

Vi entrò senza far rumore e si sedette su una piccola sporgenza notando il buio, un macchia scura che si allargava sempre più. La testa gli pulsava, a destra, leggermente in alto, come sempre, come ogni giorno da tre mesi. Il sole, ormai alle spalle, non gli era visibile e fu allora, allora, che si disse che era giusto, era scritto, era normale.

Dieci minuti, e l’acqua cominciò a salire. Un’ora, e l’acqua lo coprì interamente.

Ebbe degli spasmi, un paio forse, forse di più, e per un attimo ebbe la viscida sensazione di non aver capito niente, d’ aver sbagliato, aver perduto l’unica occasione possibile; non sapeva come né quando, ma sapeva che era successo.

Non fece nulla.

Provò solo un po’ di dolore, lui solo, per tutti loro, per noi, ma era un gran bel finale e l’aveva sempre immaginato così.

Aprì gli occhi; vide e sparì.

__


Parte Seconda: Dieci anni prima

 

1

Come funziona un frigorifero?

__

– Ma chi sono?

– Francesca e il suo ragazzo- rispose vedendoli uscire da scuola mano nella mano.

Pietro li guardava con una vaga espressione d’allegria, e non capiva perché.

Francesca gli piaceva dall’età di sedici anni e adesso, a pochi minuti dal suo orale della maturità, gli voltava le spalle in compagnia del fidanzato.

Avrebbe dovuto essere triste, arrabbiato, fors’ anche deluso; e invece sorrideva come un cretino.

Gli piaceva ancora? Sì, credeva di sì, e chissà per quanto tempo ancora lo avrebbe creduto.

– Mi hanno chiamato? – chiese a Fabio, un suo amico.

– Sì.

Si giro e s’incamminò verso l’aula.

Non pensava a niente, era tranquillo, preparato, gli esami orali non l’avevano mai spaventato e poi portava una tesina che conosceva a memoria: “ La Luna: la finzione della realtà “.

Ci lavorava da mesi, da aprile, e si era appassionato come non mai ad un argomento così simile alle proprie inclinazioni, desideri, aspirazioni

Pietro voleva dire la sua, voleva far chiudere gli occhi ai propri professori, farli tornare bambini e sognare, sognare, che è ancora possibile, anche a cinquant’anni, anche quando ogni cosa è reale e spiegabile, matematicamente spiegabile.

Iniziò il professore di Filosofia, proseguì la professoressa di Chimica, e concluse un membro esterno: il docente di matematica.

Pietro gli spiegò il rendez-vous del 1969, e illustrò la formula che lo permise. Il professore apparve soddisfatto e gli fece, così, sovrappensiero, una domanda retorica:

–  A lei piacciono le materie scientifiche vero?

Fu come un’illuminazione! Era talmente rilassato che la convinzione di essere con amici, fuori ad un bar, in una dolce mattina di luglio, lo conquistò completamente.

Perché non avrebbe dovuto essere sincero?

L’insegnante lo guardava con bontà, avrebbe potuto dirgli qualsiasi cosa, erano amici ormai, lo erano sempre stati, e davanti al loro bar preferito, dopo aver bevuto un caffè poco amaro, la verità aveva il sapore della vittoria.

– No affatto; ho da sempre preferito le materie letterarie.

Ci fu silenzio, e fu normale, anche se Pietro non se l’aspettava, fra amici nel silenzio si ride; non c’è silenzio.

– Ma lo sa che il mondo funziona per la matematica?

No, non lo sapeva e non gli interessava saperlo, non voleva affatto saperlo, che necessità c’era di spiegare tutto con rigore, precisione, senza lasciare spazio al dubbio, alla fantasia, e lasciarsi andare per andare via, lontano, in posti mai visti, colorati, traboccanti felicità.

Era sicuro di aver ragione ma, sopratutto, non temeva nulla, gli amici capiscono, anche quando dici una cazzata.

– No, non lo so; se ne occupano altri, non è affar mio, e poi il mondo va avanti lo stesso, che io lo sappia o no.

Il professore scrisse qualcosa su un foglietto; Pietro pensò che si stessero per scambiare il proprio numero di telefono.

– Eppure lei vive come tutti gli altri, come loro usa la matematica per vivere, la scienza. Il suo è un atteggiamento sbagliato, è inconsapevole di ciò che lo rende Uomo.

Pietro sentì una valanga di parole scivolargli addosso, non riuscì ad aggrapparsi a nessuna di loro. Ma il professore continuò:

–  Lei sa come funziona un frigorifero?

Ecco, era arrivato il momento della battuta, della frase ad effetto che tutti aspettano per ridere e rilassarsi; si dev’essere simpatici per far parte di un gruppo e lui lo era, Pietro voleva esserlo.

– Sì, si attacca la spina!- rispose ridendo, ridendo sguaiatamente, come uno che aspetta altre risate, una serie infinita di labbra allargate, cullanti, sincere.

Gli occhi seri e spaventati dei professori gli morirono in faccia.

Erano insegnanti, erano esaminatori della sua ultima interrogazione, del suo esame di maturità… come diavolo aveva fatto a dimenticarlo, perché era stato così stupido?!

– Va bene, può andare – gli dissero, e lui si alzò salutando con imbarazzo.

Finì così: nudo, con una grossa croce rossa sulla fronte, e dietro, sulle spalle, una spina conficcata nelle carni.

Fu promosso con settantatrè centesimi, e non imparò nulla.

Quando tornò a casa, dieci ore dopo, il frigorifero lo guardò beffardo e sicuro, protetto dalla propria matematica, incomprensibile, prodigiosa potenza.

_______________________________________________________________

2

Andiamo a farci una birra

__

La Luce dei lampioni scorreva grigia sulle braccia di Gabriella, e Pietro la guardava come fosse solo.

La radio suonava muta, lui era affogato dal pensiero di lei, e da quello che sarebbe successo da lì a poco, a macchina ferma.

Erano diretti a scuola; nel piazzale antistante il loro liceo, luogo unico per i loro incontri notturni.

Sapeva che l’avrebbe lasciato.

Sapeva che le cose fra loro non funzionavano più.

Sapeva che non erano fatti per stare assieme.

Mentre sterzava a destra e a sinistra, cambiava marce, alzava e abbassava ritmicamente il piede dalla frizione, si chiedeva asfitticamente che cosa le avrebbe risposto.

Era da circa una settimana che Gabriella gli sfuggiva, si negava, usciva solo con le proprie amiche.

Pietro non era uno stupido, capiva cosa stava accadendo; e da qualche giorno aveva iniziato a farsene una ragione.

Franco, il suo migliore amico, fidanzato con una cugina di Gabriella, Rita, era venuto a conoscenza di una notizia non proprio confortante: Gabriella temeva di essere incinta.

E non di Pietro, con cui era fidanzata da sole due settimane, con cui non aveva mai fatto l’amore, ma di un altro, un certo istruttore di palestra frequentato il mese prima.

A Pietro la cosa non interessava, l’amava per davvero, e avrebbe anche accettato quella gravidanza estranea.

Sì.

” Perché io l’amo ” si diceva, e diceva forte, al telefono, a Franco.

E Franco non ribatteva.

Dopo aver svoltato rapidamente all’incrocio, frenò piano, poggiandosi sul marciapiede, a destra.

– Eccoci qua – fece.

Spense la radio e si sistemò meglio sul sedile per facilitare la lunga conversazione che sarebbe seguita.

Sarebbe stato bello, ed in un certo qual modo anche dolce, ascoltare le sue motivazioni, giustificazioni, gustare, masticare, digerire, le parole che lei avrebbe utilizzato; frasi come ” non è colpa tua ” e ” sei un ragazzo fantastico ” e ” purtroppo per me non è il momento giusto ” e ” rimaniamo amici “.

Oh sì, avrebbe goduto di tutti i complimenti che gli avrebbe fatto, di quei modi che lei avrebbe usato per fargli il minor male possibile.

Il dolore l’avrebbe sentito ugualmente, e mentalmente, con un buco al petto, avrebbe ripercorso tutta la loro storia, come fosse un film.

Due settimane… una delle quali, oh sì!, magnifica.

Commosso poi, ma senza piangere per davvero, avrebbe guardato altrove, non a lei, e avrebbe detto: ” Ti amerò lo stesso, e per sempre “.

Ma nel frattempo lei, Gabriella, non aveva ancora detto nulla, e, a differenza di Pietro, sedeva sempre allo stesso modo.

– Dimmi – disse lui.

– No… nulla -, balbettò, – è che,ecco, cioè, è vero che… ma… –

” Dai ” , pensava, ” sono pronto. Dio se sono pronto, forza! Che bello, dai! “.

La colpa era tutta di Gabriella, lui l’amava, e lei, cagna, era anche incinta di un altro.

Incinta, la cagna; di un istruttore di palestra.

” Chissà che avranno combinato?! Chissà  che avrà fatto con quello, quante belle cose avrà subito. E con me, invece, niente. Toccatine, una mano sul seno, una più sotto, ma solo una volta, una volta sola. Con quello, invece, tutto. Anche dentro. ” pensò.

La titubanza, l’incapacità di parlare, la paura di abbassarsi a chiedergli scusa, a giustificare i propri infami peccati, era il minimo che Gabriella avrebbe dovuto patire.

La pena era ancora lunga da scontare; Pietro credeva di scoppiare!

Lei si zittì.

– Lo so, – disse lui – ci stiamo lasciando. Ma non fa nulla, non è colpa tua, non preoccuparti. Rimarremo amici, e andrà tutto bene!

Non sapeva perché, ma l’aveva fatto ancora una volta, l’aveva aiutata.

– Andiamo a farci una birra – concluse.

– Okay – gli rispose lei sorridendo appena.

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3

Come il vomito di un vecchio

__

Le parole sono come il vomito di un vecchio; per questo non voleva più scrivere, non voleva più masticare, ingurgitare, digerire e risputare, ciò che altri, vecchi e decrepiti quanto lui, avevano già masticato, ingurgitato, digerito e risputato, miliardi e miliardi di volte.

Lo faceva da un sacco di tempo, da quando aveva dodici anni e passava i pomeriggi d’estate ad inventarsi storie per scriverle, poi, sulle pagine di una vecchia agenda nascosta sotto il materasso.

Lo aveva visto fare tante volte nei film, e altrettante volte lo aveva letto nelle biografie di scrittori più o meno morti.

Una volta, attirato da chissà quale immagine, cercò di scrivere un diario.

Lo usò per soli tre giorni.

E poi, dopo una settimana di vuoto, lo andò a recuperare solo per scoprire, falsamente, che qualcuno lo aveva spostato ( e quindi letto!!! ) dal proprio nascondiglio segreto.

Ferito a morte da tale delitto, accusò i propri genitori ( proprio come nei telefilm americani! ) e si chiuse in camera sbattendo la porta.

Passò la sera a guardare il soffitto, al buio, sentendosi derubato, spogliato, colpito da un dolore inarrestabile.

E sentiva uno strano, dolce, brivido al cuore.

Negli anni a seguire iniziò a scrivere per i suoi compagni di scuola, soprattutto ragazze che vedevano in lui ( così credeva ) un promettente scrittore, o un semplice svago.

Ma adesso, a diciannove anni, era stanco.

Complice un videogioco promessogli da sua madre in cambio dell’iscrizione al primo anno di Giurisprudenza; complice le ragazze, sempre più interessate alla lettura e sempre meno interessate a lui; complice la scomparsa della macchina da scrivere in favore del computer, che nei film ancora non si vedeva; aveva deciso di smettere.

Anche di leggere.

Una sera, sul tardi, aveva sentito dire in tv che le parole sono state inventate dall’uomo per l’uomo e che, quindi, funzionano a dovere, perfettamente, per l’uomo.

Lui non la pensava così.

Credeva che le parole, il linguaggio scritto e parlato, fosse stato creato per avvicinarsi a Dio, per farci anche noi creatori, come Lui, e in questo, fallendo, ci si era abbassati al più facile e vicino degli obiettivi: l’uomo.

Scrivere era, quindi, un compromesso, una sconfitta a priori; ma Pietro credeva ancora di poter credere.

Volevano che s’iscrivesse a Giurisprudenza abbandonando, così, la letteratura.

E Pietro li accontentò; niente di più facile.

(Continua…)

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