Le Baccanti a Taranto dopo duemila anni: lezione sul vaticinio dei sensi

Foto: Daniele Soldino

La tragedia antica, antica solo per cronologia e non per contenuti, vanta una geometria quasi ferrea. Profili e visi, in teatro (ed è una fortuna) posseggono un rimando incorporeo, come retrostante a un’essenza umana difficilmente contrattabile. È il potere del trucco e della maschera, certo; sarà, però, anche il potere dei simboli. La tipizzazione coreografica della figura promette, al pubblico in sala, un personaggio tragico identificato naturalmente dal colore d’abito, equivalenza permessa dall’indole che lo caratterizza; un personaggio strutturato per oltrepassare la maschera ed essere, sul palco, rappresentativo più che di uno stato e disposizione d’animo fondamentali, di un’ossessione pervasiva, quale spesso ci fa da anima. Ricostituire perciò il gusto, antico ma con la precisazione iniziale, per l’espressione e il portamento delle figure sulla scena, cioè lo studio delle personalità sceniche, non può prescindere dallo studio delle pitture originali su anfore e vasellame. Un alleggerimento, tuttavia, dell’impianto tradizionale della tragedia classica, rappresentato dalla semplificazione delle suppellettili di scena, è stato essenziale per rifarsi agli evi pre-ellenici di riferimento del culto dionisiaco: Dioniso è latente medaglia di vita e morte.

Nelle Baccanti, andate in scena al TaTÀ il primo dicembre scorso sotto forma di adattamento, tirsi e timpani si dispongono al centro dell’azione, in equilibrio tra maschile e femminile, mostrando un taglio minimalista; i visi delle Baccanti vere e proprie sono scorciati da una trama selvaggia. In particolare, il trucco femminile è stato rivisitato enfatizzando un voluto disordine delle superfici coperte, dai contorni strappati. Sembra le donne si siano appena riprese dal pugno sferrato a ciascuna, in ogni casa, da ogni maschio tebano. Tutto il resto deve farsi schematico, appartenente a un’era di assoluti: le tuniche, marroni come la terra eccetto due, nere, per gli estremi simbolici rappresentati dalla corifea e dal sovrano più giovane. Per le luci, l’alterazione di Dioniso (di spalle al pubblico perché rimanga interiore e si riveli solo al diretto interessato) e l’eversione pericolosa, date dal rosso; il mistero notturno, la coltre in cui Dioniso si cela, dal blu; la saggezza necessaria, dall’ambra, pilastro a quella ingenua e facile, nutrita senza altri motivi profondi. Piedi nudi per tutti gli attori, piedi radicati nella terra, femminile e generatrice; a loro volta legati all’etimologia della tragedia stessa dal filo rosso del capro, forza terrestre pari al toro, uno dei simboli del dionisismo. Le acconciature riproducono fogliame e viti, ciò che si trova già a cingere una natura viva. Così, la sua verità e la verità della carne sono portate alla coesione perfetta: Apollo viene rispettato, non escluso dalla parte dionisiaca, partecipe di una memoria corporea remotissima. Da ciò, dalla terra presente su Dioniso e nell’anima di Dioniso, scaturisce a seconda dei casi la perfezione (umana, quella che serve a un essere che sbaglia e prova una miriade di direzioni diverse) o la distruzione, totale e affatto remota, della persona. L’uccisione del giovane sovrano, accecato dalla terribile semplicità (notate, terribile e versatile, perché gli si ritorce contro) del non ammettere la forza di leggi sempre riconosciute, lottando contro qualsiasi opposizione con quella radicale arma del rifiuto, dava a Euripide la possibilità di una vittoria congeniale al mondo. Non solo. Il veggente possiede, dichiarandosi sulla scena, una eticità dorata che lo protegge, sì, dalla grossolana imitazione di un vecchio sovrano quando questi mima la libertà concessagli dal dio benevolo, ma anche dalla propria sapienza, frutto di uno scambio costoso per qualsiasi uomo. Quel sapere è un sapere anteriore alle parole, ai pensieri, a sé, trascendente tanto la sostanza delle azioni quanto il loro compimento: intimo, sotterraneo, quindi vicino a Dioniso, al centro della vita. Un solo potere ctonio a capo delle gerarchie superiori: tirsi e timpani collegano dunque i sensi alla globalità dell’esperienza vitale. Reticente, pertanto, deve farsi l’attacco della logica, a un dio così ben collegato all’intero. Solo un pazzo oserebbe intaccare questa linearità, pena la morte dell’insieme vivente: sicché, al di là dei sensi tutto torna, il pazzo trova una morte da pazzo, strapazzato da una madre ricondotta alla natura e all’evidenza delle cose. Le Baccanti dirette da Christiana Troussa intendono riconsegnare allo spettatore tutto questo: missione, oltre che arte, non agevole, ma costante e continua.

Foto di Daniele Soldino

Advertisements
This entry was posted in Nocategory and tagged , , . Bookmark the permalink.